8 AGOSTO 2018 : ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI DON LUIGI STURZO

E’ l’anniversario della morte di don Luigi Sturzo, avvenuta in Roma nell’estate del 1959: l’anziano sacerdote aveva 88 anni essendo nato a Caltagirone, in provincia di Catania,  il 26 Novembre del 1871. E’ lui l’autore di queste parole. Le ha pronunciate nel maggio 1902. Eppure sono così attuali. Sentite:

STURZO - Giovane Sacerdote (2)

Non ci si deve meravigliare se oggi la società e la popolazione italiana non si adagia in nessuno dei partiti, non si sente rappresentata da nessuno di essi che pure “sventolano” la bandiera della giustizia sociale. La giustizia, nella sua essenza, manca.

COPERTINA VALTORTA

Ma essa – la giustizia- manca perché manca l’amore verso il prossimo; e questo amore non vi è, non vi può essere, perché manca l’amore verso Dio; e questo amore non vi è, né vi può essere, perché della religione se n’è voluto fare un rapporto solamente privato e di coscienza, e non sociale; la religione è stata esclusa dalla società.

Eppure la religione è un principio sintetico, che abbraccia tutti gli elementi della vita terrena per vivificarli con il  benefico soffio della moralità, per ordinarli ad un fine superiore, per elevarli con il carattere della soprannaturalità.

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La favola del “centrismo assoluto” di Sturzo

L’espressione “liberi e forti” di Sturzo è una delle più abusate nella storia della politica italiana. Se ne sono, indebitamente, impadroniti un po’ tutti. Persino qualche grillino ora si scopre sturziano! Ovvio che la cosa faccia ridere ma questo è il livello raggiunto dalla politica italiana, specchio purtroppo fedele della società.

L’altro equivoco, da spazzare via definitivamente, è la sostanziale equiparazione fra il Partito Popolare di Sturzo e la DC. Due cose diverse.

scudo ppi

C’è persino chi ritiene Sturzo il fondatore della Democrazia Cristiana e chi lo allinea sul “pantheon” assieme a La Pira e Moro, suoi feroci avversari e soprattutto padri di quel centrosinistra che ha sfaldato la politica italiana e favorito la scristianizzazione della società.

L’altro equivoco da eliminare è il “centrismo assoluto” di Sturzo: il Sacerdote siciliano si è trovato ad operare in un contesto nel quale quello del “centro” (beninteso: fra virgolette. Ed anzi si accolgono volontari che vorranno spiegarci cosa è il “centro”) fu una scelta quasi obbligata: aveva alla “sinistra” un nascente socialismo furioso (che poi si sarebbe sdoppiato e dato vita al sulfureo comunismo) ed alla “destra” un nascente fascismo (regime illiberale cui è impossibile guardare con simpatia ed indulgenza, anche oggi) e quella destra liberale che di “destra” e di “liberale” aveva solo il nome: era solo e soltanto massoneria, lo sanno tutti. Ed ora lo sai pure tu.

Per ora ci fermiamo qui. Noi siamo fortemente debitori a chi il pensiero di Sturzo ce lo ha trasmesso: per ragioni anagrafiche nessuno ha potuto conoscerlo di persona. Ma non accettiamo lezioni da chi colloca Sturzo e/o improbabili “movimenti sturziani” con le elite bancarie.

Nessuna demonizzazione del capitalismo e del libero mercato: una società si fonda sulle libertà. Libertà di religione, la prima di tutte le libertà. E quindi libertà di educazione, mercato libero con poche regole, proprietà privata legittima e sacrosanta.

Ma si trascura il giusto –e sottolineo: giusto- rigore morale di Sturzo. Che è quanto mai necessario ancora oggi. Anzi, oggi più di ieri. E’ intollerabile che chi vive situazioni familiari irregolari (concubinaggio, adulterio, omosessualità proclamata) possa farsi portavoce delle istanze sturziane. Che non ha mai voluto un partito confessionale, è vero. Ma non si mai sognato di ammettere nel suo partito degli sporcaccioni immorali.

Torniamo a Sturzo, quindi. Ma con queste attenzioni. Sennò ogni “rinascimento popolare” rischia di diventare una barzelletta. Che non fa neppure ridere.

 

Gli accenti profetici del pensiero sturziano

 

Da “Don Luigi Sturzo. Educatore nella politica, educatore della politica“, un breve saggio di Cosimo De Matteis, riportiamo il capitolo conclusivo intitolato Don sturzo profeta inascoltato

DON LUIGI STURZO

 «Delle grandi personalità è stato detto che nascono postume. Lo si può verificare con Luigi Sturzo. I suoi progetti e le sue battaglie furono tutte premature ed anticipatrici – furono, pertanto, battaglie perdute nel momento in cui le combatteva; e furono, tutte, battaglie vinte alcuni decenni dopo. Così fu  per la fondazione del Partito Popolare Italiano, il cui modello era già pienamente intuito e definito nel 1905, ma che solo nel 1919 potrà realizzarsi; così fu per la sua opposizione al fascismo, che venne premiata con l’allontanamento dall’Italia, dove ritornò vincitore ventidue anni dopo; così fu per la sua critica, intransigente e spietata quanto vera e coraggiosa, del regime consociativo, ch’egli conobbe al suo nascere con la deplorata “apertura a sinistra” e con lo scivolamento di quel partito, la DC, che ben poco aveva ereditato da quello fondato da Sturzo, nella palude del consociativismo.»[1].

«Se don Sturzo avesse vinto, oggi l’Italia sarebbe migliore, con una società più giusta, più civile, più responsabile. Ma questo buon risultato non si è realizzato, perché le tre “malabestie” paventate dal grande sacerdote di Caltagirone (la partitocrazia, lo statalismo e lo sperpero del denaro pubblico) non sono state abbattute sul nascere. Anzi, sono state ben nutrite da una classe politica irresponsabile e sprovvista di quella buona cultura di governo contenuta nel pensiero e nell’azione politica di Luigi Sturzo.»[2].

    Questi due giudizi –di Giovanni Palladino e Gianfranco Morra– ci pare che colgano in pieno due aspetti: anzitutto la grande portata dell’opera di Sturzo e, soprattutto, gli accenti profetici presenti nel pensiero del sacerdote di Caltagirone. L’enorme mole del suo lavoro, l’instancabile e limpido operato di don Luigi Sturzo nei suoi quasi novantanni di vita, crediamo di averlo sufficientemente illustrato in queste pagine,  e lo si è fatto con la “lente” specifica di cogliere la valenza educativa. E ci pare di poter concludere che tale afflato educativo è costantemente e coerentemente presente nella vita e nelle opere di Sturzo.

Vorremmo concludere il presente lavoro rilevando quanto di Sturzo è –o può essere considerato- profetico. Le due citazioni d’apertura non lasciano dubbi e anzi lasciano intravedere una affermazione delle intuizioni e previsioni sturziane ancora da realizzarsi pienamente, particolarmente sul piano politico. Del resto è il destino di chi, meglio e più di altri, sa leggere le situazioni, paventarne gli sviluppi, correggere il tiro, individuare soluzioni. Questo è quanto ha fatto Sturzo, fin dagli inizi del suo operato sociale e politico. Lo abbiamo visto durante tutto il presente lavoro, e nella citazione di Palladino sono riprese alcune di quelle situazioni in cui Don Sturzo aveva visto prima di altri. Così per la fondazione del Partito Popolare, laddove egli aveva ben chiaro il programma e l’organizzazione, almeno una decina di anni prima della effettiva concretizzazione. Ma la sua prudenza e soprattutto l’obbedienza alla Chiesa lo fecero attendere ancora. Ma aveva visto giusto.

    Lo stesso può dirsi della sua lettura del fascismo: Sturzo coglie subito nel nascente regime i rischi cui  andava incontro il Paese,  mentre le masse –e non solo esse- applaudivano al Duce, ritenuto addirittura come “l’uomo della Provvidenza”. E non è un caso che lo stesso Mussolini individua in Sturzo un nemico da eliminare al più presto. Anche qui, il giudizio di Sturzo era stato lungimirante, ma da molti egli fu  inascoltato.

     Sono solo due esempi – ma di grande portata- in cui emerge la capacità di Sturzo di cogliere in anticipo e prevedere gli sviluppi di una situazione. Ma, abbiamo visto, spessissimo egli non venne capito. Certo fu facile, al suo ritorno dall’esilio ultra-ventennale, applaudirlo. Ma quanti si ricordarono che Sturzo aveva avversato e combattuto il fascismo fin dal suo primo sorgere?

     Forse la nostra riflessione può apparire di taglio eminentemente politico: Sturzo era solito dire che la buona politica nasce dalla buona cultura e abbiamo già visto il suo costante impegno per una buona cultura, per una educazione che sia autentica e libera che miri alla coscienza. Alla coscienza della persona, delle classi politiche e dirigenti, e –in definitiva- della nazione.

     Quando egli tornò nell’agone politico (come commentatore e critico dai giornali e poi in Parlamento come Senatore a vita) egli fu prodigo di valutazioni, indicazioni, consigli, sempre in modo schietto e limpido. Ma mai come in questa fase egli fu profeta inascoltato.

Sturzo fu un uomo, un politico scomodo e non per il particolare temperamento che egli possedeva (ma –lo ripetiamo- questo giudizio malevolo sul suo presunto brutto carattere è davvero inconsistente, e semmai continua a rivelare l’astio che in tanti –ancora oggi!- covano verso Don Sturzo) quanto per il suo parlare franco, denunciando abusi e storture: « una delle battaglie più accanite che egli combatté fu quella contro la partitocrazia [non è forse in questo campo un autentico profeta?].

La voce vegliante di Don Luigi Sturzo, spinto esclusivamente da un’alta ispirazione morale, si alzò severa. La sua polemica non fu astratta e teorica, ma concreta e pratica; la sua valutazione non fu superficiale e contraddittoria, ma profonda e giusta. Mentre indicava nel sano sviluppo dei partiti una garanzia preziosa per l’avvenire della democrazia, che non può prescindere dalla loro efficienza, ricordava che i partiti devono essere strumenti di educazione civica del cittadino e non già di formazione e consolidamento di oligarchie e cricche personalistiche.

     Mentre chiedeva che si riducesse il potere dei partiti, esigeva nei parlamentari una forza di carattere, una capacità di disinteresse»[3].

    Oltre alla partitocrazia le sue accorate grida furono lanciate per scongiurare le altre due “malabestie” (era solito definirle così) e cioè lo statalismo[4] e lo sperpero di denaro pubblico[5]. Riguardo la lotta allo statalismo (al mito dello Stato che provvede “dalla culla alla tomba”) siamo in chiaro campo economico –oltre che politico-filosofico- e quindi non ci addentriamo. Tuttavia è un fatto che nel corso del Novecento questo totem dello Stato onnipresente ha pervaso praticamente tutti gli stati dell’Occidente ed il triste pianeta sovietico. Si è visto, poi, quanto deficit ha creato nelle finanze delle nazioni, tale da far pensare non tanto e non solo al ricorso alle privatizzazioni (il che, ad onor del vero, ha i suoi rischi) ma ad un ritorno alla Dottrina Sociale della Chiesa, in particolare alla sussidiarietà.

Sturzo lo aveva detto ed i fatti gli han dato ragione: è fin troppo facile fare l’esempio di Tangentopoli,  sebbene va detto pure che la mitizzata, oramai, “operazione mani pulite” ha degli aspetti oscuri e persino inquietanti, in termini di eccessi e parzialità.

     Il fatto è che l’immoralità politica dilagava e continua a dilagare: Sturzo lo aveva capito al suo albore e coscienziosamente cercava di mettere in guardia da tali rischi la classe politica, particolarmente quella sedicente cattolica: «Sturzo si accorse che il nuovo partito non aveva più l’animazione ideale del vecchio. [cioè il suo Partito Popolare].  Ora un partito non può neppure esistere senza una ideologia, che lo contraddistingue dagli altri e gli attribuisce una identità. Senza una chiara teoria, afferma Sturzo nel solco della filosofia cristiana, non può esserci alcuna prassi efficiente.

Già nel 1924 Sturzo rivendicava il primato delle idee sulla prassi. Riflettendo sulla prassi della Democrazia Cristiana, Sturzo si convinse che gli errori della nuova classe politica guidata dai “professorini” (La Pira, Dossetti,Fanfani, Moro) derivavano da una inconsapevole sudditanza culturale al marxismo, teorizzata anche da altre istituzioni con le quali Sturzo non mancò di polemizzare, come le Acli, i sindacati “cristiani”, la rivista “Aggiornamenti Sociali”(…) Ma furono tutte, quelle di Sturzo, “prediche inutili”, come quelle di Einaudi.

Le tre malebestie, nei decenni successivi alla morte di Sturzo, ingrassano a dismisura e producono alla Prima Repubblica quei disastri, che tutti conosciamo e che Sturzo aveva profetizzato.»[6].

Infine  concludiamo con una profezia che Don Luigi Sturzo fece ai Senatori della Democrazia Cristiana, tratta dal suo ultimo articolo pubblicato su “Il Giornale d’Italia” del 21 luglio 1959, cioè a pochi giorni della sua morte. E’ davvero impressionante come Don Sturzo “vede” lucidamente –quaranta anni prima!- quella che sarebbe stata la fine di quel partito allora florido ed invincibile (apparentemente):

     «Guardate bene ai pericoli delle correnti organizzate in seno alla DC; si comincia con le divisioni ideologiche, si passa alle divisioni personali, si finisce con la frantumazione del partito».

Poteva essere più chiaro di così?

Proprio vero, Sturzo è stato un profeta.  Purtroppo inascoltato.

[1]      G. MORRA,  Sturzo profeta della seconda repubblica, C.I.S.S., Roma, 1999, p.5

[2]    G. PALLADINO, Prefazione a L. STURZO, La libertà: i suoi amici e i suoi nemici, (a cura di M.BALDINI), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001, p.5

[3]       P. STELLA, Luigi Sturzo sacerdote, Pegaso Editore, Caltagirone, 2000 (IV edizione), p.198

[4]      Luigi Sturzo, naturalmente non ha niente contro lo Stato, che costituisce l’organizzazione giuridica della società. Ma una cosa è lo Stato, altra cosa è lo statalismo. Del resto Sturzo ha avuto la precisa consapevolezza che statalismo e partitocrazia erano strettamente congiunte, che il primo (lo statalismo) era lo strumento della seconda (la partitocrazia): l’esempio più evidente  e sconvolgente della associazione di  statalismo e partitocrazia si può trovare in quel ministero, che Sturzo combatté sin dal suo nascere: quello delle Partecipazioni Statali. Ciò che il Ministero delle Partecipazioni Statali rivela è che la classe partitocratica ha oramai tolto del tutto quei limiti all’intervento statale senza i quali non può esservi garanzia di libertà e di efficienza.

[5]   Ecco quanto scrive acutamente Gianfranco Morra: « Dalle nozze dello statalismo e della partitocrazia è nata la terza “malabestia” : lo sperpero del denaro pubblico. Va subito detto che la parola “sperpero” è un eufemismo. Sturzo aveva capito bene quanto grande fosse la corruzione dell’Italia democristiana (…) La nuova classe politica democristiana aveva perduto la forte moralità della vecchia classe politica popolare (fatte tutte le debite eccezioni, a salvaguardia della onestà di alcuni). Sturzo collegava la crisi del popolarismo alla separazione tra morale e politica, nel duplice senso di una politica indipendente dall’etica e di politici che agiscono senza tenere conto dei principi morali. C’è, dunque, una doppia moralità.(…). Per superare questa duplice immoralità, comprende Sturzo, sarebbe necessario soprattutto un mutamento interiore dei politici. Ma non meno necessario è un insieme di regole che renda difficile lo “sperpero”.».G. MORRA,Sturzo profeta della seconda repubblica, Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo (C.I.S.S), Roma, 1999, p.16.

[6]    G. MORRA, cit, pp. 18-19.  In riferimento alla sudditanza culturale dei cattolici (meglio: di una parte del mondo cattolico) nei confronti del marxismo vi è tutta una letteratura che l’ha rilevata, descritta, criticata ecc. Noi qui ci limitiamo a citare due autori – lo scrittore Eugenio Corti e il filosofo Augusto Del Noce, anche essi, come Sturzo, profeti inascoltati- che con la loro lucida analisi hanno denunciato quel complesso di inferiorità che attanaglia certo mondo cattolico progressista. Si vedano, ad esempio, E. CORTI, Il fumo nel tempio, Ares, Milano, 2001 e A. DEL NOCE, I cattolici e il progressismo, Leonardo, Milano, 1994.

TESTATA Popolari Liberali Sturziani

 

 

 

STURZO EDUCATORE

DON LUIGI STURZOCominciamo ad offrire dei brevi articoli che delineano i tratti educativi del pensiero e dell’opera di Don Luigi Sturzo auspicando un positivo riscontro nei lettori di questo sito.

 

Pare assodato, in molti ambiti della riflessione pedagogica, che l’educazione è ovunque.

Fermo restando che questo può apparire uno slogan (e non è inverosimile che venga usato come tale in modo vagamente demagogico o addirittura ideologizzato)

è innegabile che sarebbe fuori dalla realtà circoscrivere l’azione educativa alla scuola

e pochi altri settori prescritti e tassativamente indicati.

La distinzione fra luoghi intenzionali e luoghi non intenzionali

(una distinzione “classica”, un poco “artificiosa” ma, tutto sommato, valida e chiara)

è un buon punto di partenza per addentrarci nel vasto campo dei luoghi dell’educazione.

L’educazione, quindi, è ovunque ma:

  1. non sempre (e non in tutti i luoghi) vi è intenzionalità educativa;
  2.  non sempre (e non in tutti i luoghi) vi è educazione professionale.

Si potrebbe aggiungere anche la distinzione fra spazi educativi e clima educativo, e parimenti introdurre la questione riguardo la presenza o meno di una programmazione .

Tuttavia questo discorso sarebbe molto lungo, ci porterebbe lontano e non è detto che l’approdo sarebbe  chiaro e “pacifico”. Fermiamoci, pertanto, alla distinzione fra luoghi intenzionali e luoghi non intenzionali.

      Ora, è evidente che ci interessano maggiormente questi ultimi ( i luoghi dell’educazione non intenzionali) poiché, in  questa sede, ci stiamo occupando di un uomo che non fu educatore “di professione”, bensì di un sacerdote che, per di più, si è occupato di politica praticamente lungo tutto l’arco della sua vita.

essere liberali non è un peccato

In effetti essere liberali non è un peccato. Specialmente se lo si è come lo è stato Sturzo. E per le necessarie distinzioni non si può non leggere quanto Gianfranco Morra ha cosi bene chiarito una volta per sempre. Con buona pace degli integralisti. DON LUIGI STURZO: egli nacque a Caltagirone (Catania) il 26 novembre del 1871. Invochiamo su di noi e sulla nostra comunità (sociale, politica, ecclesiale) la sua intercessione presso Dio.
Essere liberali non è un peccato. Specialmente se lo si è come lo è stato Sturzo. E per le necessarie distinzioni non si può non leggere quanto Gianfranco Morra ha cosi bene chiarito una volta per sempre. Con buona pace degli integralisti.

 

“La pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile”

Il nuovo (anzi: nuovissimo) Sito di ILEF-Italiani Liberi e Forti ha pubblicato un articolo davvero interessante di Marco Cecchini. Traendo spunto dal Messaggio per la XLVI Giornata mondiale della pace che Benedetto XVI ha reso pubblico nei giorni scorsi Cecchini sviluppa un articolato ragionamento che si snoda attraverso riflessioni di carattere sociologico ed economico con interessanti spunti di riflessione etica. Veramente tutto da leggere pure per la opportuna riproposizione del pensiero sturziano sul delicato tema dei conflitti bellici internazionali ed il modo (e/o la volontà) di risolverli. Ne emerge la conclusione che la pace non rappresenta una utopia, naturalmente a certe precise condizioni:

COLOMBA DELLA PACE

“La pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile”. Con questo messaggio Benedetto XVI ha voluto introdurre la celebrazione della XLVI giornata mondiale della pace fissata per il 13 gennaio 2013.Le parole del Papa, ispirate dal versetto del discorso della montagna del Vangelo di Matteo “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”, sono una puntuale riflessione sulle responsabilità dell’uomo nel mondo moderno, sul ruolo da assumere nei confronti dei grandi cambiamenti che ci vedono coinvolti e che agiscono ormai a livello mondiale: “In effetti, i nostri tempi, contrassegnati dalla globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, nonché da sanguinosi conflitti ancora in atto e da minacce di guerra, reclamano un rinnovato e corale impegno nella ricerca del bene comune, dello sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo”.

La “mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato”, unita al terrorismo, alla criminalità internazionale e a “quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione”, rappresentano i maggiori ostacoli per una convivenza civile e armoniosa tra i popoli.Ricordiamo a tale proposito uno dei testi fondamentali di don Luigi Sturzo, “La comunità internazionale e il diritto di guerra”, in cui viene esposta una teoria politica volta all’eliminazione della legittimità della guerra da parte dello Stato, con l’obiettivo della scomparsa di tutti i conflitti armati in vista di una pacifica convivenza dei popoli.

Pubblicato nel 1954, questo testo, per le sue considerazioni e le previsioni sullo sviluppo storico-politico delle nazioni, si rivela sorprendentemente attuale, a dimostrazione della modernità del pensiero del sacerdote di Caltagirone.L’idea di base del testo consiste nel passaggio dalla divisione in singole nazioni, che a causa dei loro interessi scatenano le guerre, alla creazione di una comunità internazionale avente come obiettivo principale il bene comune. La creazione di reti economiche mondiali tra i popoli renderebbe lo strumento della guerra assolutamente inutile, anzi dannoso in quanto rappresenterebbe un ostacolo per il corretto funzionamento delle connessioni economiche globali: “Così sarà nell’avvenire per gli stati civili, allorché la solidarietà economica sarà divenuta una ragione politica della loro intesa e dei loro vincoli. Il cammino non è breve né facile, ma gli elementi iniziali sono già un dato acquisito”.

UN GIOVANE STURZO ALLA SCRIVANIA

Il punto fondamentale della teoria sturziana consiste nella necessità che tali cambiamenti debbano avvenire sotto la guida di una morale che responsabilizzi le varie parti in gioco: “Mai le sole forze economiche o i soli propositi politici hanno potuto influire sulla psicologia dei popoli senza il pungolo, la spinta e l’aiuto delle forze morali. Queste trasformano le stesse attività economiche e politiche, elevandole ad un ordine superiore e dando ad esse l’impronta della propria grandezza”.

È esattamente lo stesso concetto espresso nel messaggio del Papa, il quale ha affermato: “Nell’ambito economico, sono richieste, specialmente da parte degli Stati, politiche di sviluppo industriale ed agricolo che abbiano cura del progresso sociale e dell’universalizzazione di uno Stato di diritto e democratico. È poi fondamentale ed imprescindibile la strutturazione eticadei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri”.Al contrario, negli ultimi anni abbiamo assistito a uno sviluppo politico ed economico selvaggio e incontrollato, nella totale assenza di un’etica che costituisca il punto di riferimento imprescindibile per la convivenza pacifica dell’umanità.

La “comunità globale” auspicata da Sturzo è ormai diventata una realtà, ma i problemi e i conflitti sono rimasti drammaticamente presenti.Da qui l’impegno richiesto dal Pontefice da parte di tutti i cittadini: “Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico”.

Le istituzioni culturali, scolastiche ed universitarie hanno una responsabilità particolare per la realizzazione della pace: “Da queste è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali”.Così come affermato dal Papa, anche per Sturzo il dato fondamentale da cui partire per realizzare il cambiamento è la “convinzione” che la pace sia realmente possibile: “si incomincia a comprendere che può attuarsi un’organizzazione internazionale reale e stabile e gli occhi si volgono verso questo punto idealizzato. (…) Ma quando l’ideale dell’abolizione della guerra è stato legato ad un’organizzazione internazionale pratica, allora è passato dal campo dell’utopia a quello delle possibili realizzazioni parziali, fino ad intravvederne la realizzazione completa”.

benedetto sedicesimoUn’ultima considerazione: nell’analisi storico-politica di Sturzo, risulta evidente che le forze avverse alla creazione di una struttura internazionale sono proprio quelle interne alle nazioni, le quali, mosse da istinti egoistici e di supremazia sulle altre, “odiano la concezione di un superstato che, secondo essi, attenta alla sovranità di altri stati, ai diritti della nazione, alla propria personalità politica; credono che la guerra sia uno strumento indispensabile e insopprimibile di grandezza e di sicurezza nazionale”.È la stessa conclusione a cui giunge il filosofo e linguista di fama internazionale Zvetan Todorov, il quale nel suo ultimo libro “I nemici intimi della democrazia” (Garzanti, 2012) considera come il sistema democratico, dopo aver trionfato sui suoi “rivali” – i totalitarismi sia di destra che di sinistra crollati nel secolo scorso – stia affrontando una forte crisi causata da strutture interne ad esso e ad esso collegate, come il neoliberismo estremo e la sua controparte sociale, l’individualismo illimitato.

Il filosofo bulgaro, vincitore del Premio Dialogo tra i continenti nel 2007, afferma che la totale mancanza di una visione morale ha causato la degenerazione del sistema democratico, permettendo inoltre l’utilizzo dell’azione di guerra come mezzo per “esportare” la sua personale idea di civiltà. Da qui il concetto di “guerra preventiva”, ossia dalla presunzione causata dalla convinzione di rappresentare il solo e unico punto di riferimento, non considerando la necessità di assoggettarsi a princìpi superiori, come risulta dalla lezione sulla Grazia di sant’Agostino ricordata da Todorov.

Il pensiero di Sturzo si ripresenta dunque in tutta la sua modernità e urgenza, indicandoci la possibilità per la creazione di un mondo migliore: la soluzione non può che avvenire attraverso una presa di coscienza etica, per combattere l’emergere di quella mentalità “egoistica e individualista” già citata da Benedetto XVI, con le cui parole vogliamo lasciare l’ultimo spunto di riflessione al lettore: “Emerge, in conclusione, la necessità di proporre e promuovere una pedagogia della pace. Essa richiede una ricca vita interiore, chiari e validi riferimenti morali, atteggiamenti e stili di vita appropriati. Difatti, le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interesse per la pace, educando ad essa”.

Marco Cecchini

(articolo pubblicato col titolo originario “La pace non è un’utopia-La lezione di Sturzo e il messaggio di Benedetto XVI)

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141 anni fa nasceva Don Luigi Sturzo…/ Dalla nascita al Sacerdozio 1871-1894

L’autore di queste modeste note ritratto accanto alla tomba del Servo di Dio Don Luigi Sturzo. Era l’8 agosto, giorno della Apertura dell’Anno Sturziano.

Ci par giusto, in occasione del 141° Anniversario della nascita del Servo di Dio  Don Luigi Sturzo, proporre un breve profilo del grande Sacerdote di Caltagirone. Qui ci occupiamo degli anni che vanno dalla sua nascita, avvenuta il 26 novembre del 1871, alla sua Ordinazione Sacerdotale avvenuta il 19 maggio del 1894 nella chiesa calatina del Santissimo Salvatore dove ora riposano i suoi resti mortali in attesa della Risurrezione dei corpi.

Luigi Sturzo nasce a Caltagirone il 26 novembre del 1871. Caltagirone, in provincia di Catania: «appoggiata su due colli che dominano le pianure di Gela e di Catania, sulle propaggini sud orientali dei monti Erei, si erge Caltagirone, città ricca di tradizioni storiche e religiose, di insigni monumenti e di numerose chiese, ma anche importante centro agricolo, artigianale e commerciale, punto di transito fra la costa orientale e meridionale della Sicilia»[1]. I suoi genitori erano il Cavalier Felice Sturzo, barone d’Altobrando, e Caterina Boscarelli dell’alta borghesia calatina. Una famiglia insigne per pietà e religione non meno che per nobiltà di sangue.

         Sturzo, come detto, nasce nel 1871: prima di lui erano nati Margherita (1860 – 1922)[2], Mario (1861 – 1941) che poi sarebbe divenuto sacerdote e successivamente vescovo della Diocesi di Piazza Armerina, Remigia (1863 – 1928) che si consacrerà al Signore tra le Figlie della Carità col nome di Suor Giuseppina, Rosa (morta bambina) ed infine Emmanuela, affettuosamente chiamata Nelina, gemella di Luigi[3].

         Un accenno anche all’edificio dove fisicamente viveva la famiglia: «La casa degli Sturzo era costituita da un palazzetto a due piani sito nella via Santa Sofia, nella parte alta della città»[4].

Proseguiamo nel racconto della lunga vita di Don Luigi Sturzo (il Signore lo chiamò a sé dopo ottantotto anni di esistenza terrena), tuttavia sarà doveroso tornare (e lo faremo) sui suoi genitori, particolarmente sulla madre Caterina, sempre presente nel ricordo e nel carteggio fra i due fratelli sacerdoti, Mario e Luigi.

E tuttavia prima di introdurci nella narrazione degli anni del seminario e quindi del sacerdozio, è opportuno soffermarci sull’ambiente in cui Luigi Sturzo crebbe: è pressocché unanime da parte dei suoi maggiori biografi l’idea che la coscienza sociale del giovane Luigi cominciò a formarsi proprio negli ambienti familiari. Così don Salvo Millesoli: «Luigi vive la sua fanciullezza in un clima economicamente sicuro e d’apertura ai problemi del mondo circostante. In particolare, egli si trova a contatto con la vita politica locale e con i problemi del movimento cattolico italiano, che muoveva i primi passi proprio in quel periodo. Questo gli era permesso dal fatto che la famiglia Sturzo aveva delle aderenze presso le migliori famiglie calatine e presso gli ecclesiastici più in vista della zona. Fra questi bisogna ricordare Monsignor Saverio Gerbino, che fu vescovo prima di Piazza Armerina e poi di Caltagirone, e i fratelli Gaetano e Giovanni Blandini, che in seguito furono rispettivamente vescovi di Agrigento e di Noto»[5].

Si può quindi senz’altro affermare che la famiglia Sturzo frequentava le famiglie più importanti di Caltagirone. La casa più frequentata era quella del professor Emmanuele Taranto (prozio di Luigi, a cui abbiamo brevemente accennato in nota). In casa Taranto, Sturzo entrò in contatto con diversi uomini di cultura del tempo, fra i quali merita particolare rilievo Monsignor Mario Mineo Janni[6]. Mons. Mineo riportava le novità del movimento cattolico dell’Italia settentrionale, dando informazioni sulle attività di carattere religioso e sociale che lì si svolgevano.

Sempre in questo ambiente, in giovanissima età, conobbe l’operato (o, inizialmente, memorizzò semplicemente i nomi essendo ancora troppo ragazzo) di altri uomini, quali il religioso Teatino Padre Gioacchino Ventura[7], il barone Vito d’Ondes Reggio, il sacerdote don Davide Albertario ed altri.

A dodici anni entrò in seminario. Fu una scelta naturale, quasi priva di dubbi o incertezze.I maggiori biografi di Sturzo indicano nell’educazione materna e negli insegnamenti da lei ricevuti la matrice principale della positiva risposta del giovane Luigi alla chiamata del Signore al sacerdozio[8].

Coronò il cammino verso il sacerdozio, dopo aver studiato nei seminari di Acireale, di Noto e poi, come alunno esterno, in quello di Caltagirone, il 19 maggio 1894, ad appena 23 anni. Ricevette l’Ordinazione Sacerdotale dalle mani del suo vescovo diocesano Mons. Savino Gerbino nella chiesa calatina del Santissimo Salvatore, dove celebrò la sua prima Messa il giorno seguente.

Per un attimo lasciamo il sacerdote Don Sturzo per concentrarci di più sul politico, anche se ha giustamente affermato Gianfranco Morra: «in realtà, Sturzo fu sociologo sempre, fu politico sempre, fu uomo religioso sempre. Senza mai confondere le tre attività, egli tuttavia sempre le coltivò tutte e cercò di armonizzarle in un sistema organico, in una antropologia integrale, nella quale l’analisi della società costituisce il preliminare per l’azione politica, e l’impegno politico è finalizzato a creare le maggiori condizioni possibili per la libertà e la dignità dell’uomo.(…) Come ogni opera di Sturzo è, insieme, sociologica, politica e religiosa, così ogni periodo della sua attività lo ha visto, insieme, sociologo, politico e religioso (…). L’unità del pensiero e dell’azione di Sturzo sono la stessa unità dell’uomo Sturzo, la sua coerenza e la sua decisione»[9]


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[1] F. MALGERI, Luigi Sturzo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 1993, p. 15

[2] Di Margherita ci da qualche notizia Mons. Giuliani: «Margherita, illustre per la sua vita apostolica e penitente (alla sua morte lasciò un grosso legato per fondare una parrocchia, che è quella di Maria Santissima del Ponte)». L. GIULIANI, Don Luigi Sturzo. Testimonianze sull’uomo di Dio, Edizioni  San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2001, p. 13

[3] Riguardo Emmanuela («così chiamata in ricordo dello zio Emmanuele Taranto, professore di fisica, rettore di un’accademia e primo preside del liceo di Caltagirone, umanista». G. DE ROSA, Luigi Sturzo, UTET, Torino, 1977, p. 4) occorre ricordare il profondo ed intenso legame con il fratello gemello:«restò con lui fino alla partenza per l’esilio; dopo ne custodì gelosamente i ricordi, recandosi di tempo in tempo a fargli visita e per portargli dei sussidi per vivere». L. GIULIANI, op. cit., p. 13

[4] G. DE ROSA, op. cit., p. 2

[5]S. MILLESOLI, Don Sturzo. La carità politica, Paoline editoriale libri, Milano, 2002, pp. 47-48

[6] «Altro frequentatore della famiglia era Monsignor Mario Mineo Janni, professore del seminario di Caltagirone, predicatore di grande rilievo, che non fu estraneo nel destare in Luigi un vivo interesse per la letteratura, la musica, la filosofia e l’oratoria sacra». F. MALGERI, op. cit., p.17

[7] Emblematica questa valutazione del De Rosa:«gli scritti di Padre Ventura erano Vangelo», inoltre, in un ricordo chiaramente personale (lo storico ebbe l’opportunità di incontrare spesso Don Luigi Sturzo per circa un decennio, presso l’istituto delle Canossiane a Roma, dove l’ormai anziano sacerdote aveva preso dimora) De Rosa aggiunge:«strano, a Padre Ventura pensò ancora qualche settimana prima della morte. Gli interessava il Ventura politico, il Ventura dei discorsi su O’Connel e sui morti della rivoluzione di Vienna», G. DE ROSA, op. cit. , pp 4-5.

[8] E fu senz’altro così. Del resto, come abbiamo già detto, ben tre figli si consacrarono al Signore. E probabilmente l’esempio luminoso della madre fu sempre presente e vivo. Non possiamo, anche noi, non citare un passo di una lettera (del 5 gennaio 1925) di Mario Sturzo al fratello Luigi:«Fu una speciale grazia del Signore per noi, caro fratello, nascere da donna così santa, esser formati ai suoi esempi santissimi». Illuminante su questo tema il fitto rapporto epistolare: cfr Luigi STURZO-Mario STURZO, Carteggio, a cura di Gabriele De Rosa, Edizioni di Storia e Letteratura – Istituto Luigi Sturzo, Roma, 1985, 4 volumi.

[9] Questa affermazione del prof. Morra, Ordinario di Sociologia presso l’Università di Bologna e “sturziano” di chiara fama e di vecchia data (l’affermazione è infatti del lontano 1979 – il saggio che la conteneva è riapparso nel 1999 in una pubblicazione a cura del Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo: G. MORRA, Sturzo profeta della seconda repubblica, Roma, 1999) ci presenta quest’altro aspetto di Sturzo: il suo studio e il suo impegno di sociologo, che non fu di minore entità rispetto al suo agire politico. G. MORRA, Luigi Sturzo. Il pensiero sociologico,  Città Nuova Editrice, Roma, 1979, pp. 7-8 [corsivo nostro].